INDICE ED INIZIO ARGOMENTO "UN GIUDIZIO CONTRO LE LEGGI NATURALI"

 

 

 ESPOSIZIONE DEI FATTI, così come risultano dagli atti.

 

Almeno dal gennaio del 2000, Pillon Paolo, uno dei due titolari della ditta Bovo, aveva un certo attrito nei confronti di Luca Tonello per cui, nonostante che avesse sempre svolto diligentemente il suo lavoro (Cipolato, il ragioniere che l’ha sostituito, ha testimoniato che “Quanto all’attività lavorativa svolta dal Tonello ho trovato una situazione corretta … ”), non lo voleva più alle sue dipendenze, e allora ha iniziato a cercare un suo sostituto. 

Infatti verso la metà di febbraio i Pillon hanno assunto Cipolato Michele con decorrenza primo marzo e, di conseguenza, il 18.2.00 hanno cercato di convincere Luca a rassegnare le dimissioni, offrendogli una buonuscita di 6 milioni di lire. 

Ma Luca, sia perché non aveva un'altra occupazione che perché non riteneva l'offerta adeguata, non ha voluto rassegnare le dimissioni.

E allora Pillon Paolo, anziché modificare l'offerta, ha cominciato a pressarlo affinché si cercasse un altro lavoro.

 

Il 29.2.00 Luca, su richiesta di Pillon Paolo, ha restituito le chiavi dell'ufficio.

 

L’1.3.00 ha iniziato a lavorare Cipolato.

 

Verso le 16.30 del 2.3.00, Luca è stato convocato da Pillon Paolo (che dopo i fatti qui esposti ha ricoperto la carica di consigliere comunale di Treviso per conto della Lega Nord) nella saletta delle riunioni, nella quale c'era anche il consulente del lavoro Forcolin, ed è stato accusato di aver sottratto dei documenti aziendali riservati, che sarebbero fuoriusciti dalla tasca del giubbotto di Luca a causa di una sua fortunosa caduta dall’attaccapanni, nella mattinata del 29.2.00.

Successivamente la sua collega Carestiato Marzia ha testimoniato di aver visto Luca che fotocopiava dei documenti fiscali riservati e il capofabbrica Bianchin Luigi ha testimoniato di aver visto delle carte sotto a dove si trovava il giubbotto di Luca.

Subito dopo Luca è stato invitato a dare le proprie dimissioni, che avrebbe dovuto confermare a Forcolin entro le ore 18.

In caso positivo gli avrebbero pagato sei milioni di lire di buonuscita.

Alle 17.30 Luca, soprattutto perché accettare di dimettersi sarebbe stato come ammettere di aver sottratto dei documenti aziendali riservati anche se non era vero, ha telefonato a Forcolin per avvisarlo che l'indomani si sarebbe presentato al lavoro.

Pertanto, evidentemente informati da Forcolin della decisione di Luca, alle 17.56 i Pillon gli hanno inviato un telegramma col quale lo licenziavano in tronco per giusta causa, con efficacia al ricevimento del telegramma.

 

Il 3.3.00 alle 7.55 Luca si è presentato al lavoro, ma Pillon Claudio gli ha vietato l'accesso, invitandolo ad andare a casa ad attendere il telegramma di licenziamento in tronco, che gli era stato inviato la sera precedente.

Invece Luca si è recato dal sindacato CGIL per chiedere come doveva comportarsi.

In seguito è andato a casa dove, verso le 11.30, ha ricevuto il telegramma di licenziamento.

Il 3.3.00 alle 18 Luca ha ricevuto un altro telegramma, con il quale il licenziamento è stato revocato e sostituito con una sospensione di sei giorni, entro i quali Luca avrebbe dovuto fornire le sue eventuali controdeduzioni.

 

Il 13.3.00 è stata effettuata una riunione nello studio di Forcolin, dove Luca era assistito da un sindacalista della CGIL, che ha chiesto che i Pillon formulassero le accuse dettagliatamente e per iscritto, specificando, tra l'altro, di quali documenti si trattava.

 

Il 14.3.00 i Pillon hanno inviato a Luca una lettera che espone i fatti che hanno portato alla scoperta della sottrazione dei documenti aziendali riservati (tra l'altro, dei documenti sarebbero fuoriusciti da una tasca di una giacca a vento, a causa di una sua caduta accidentale da un attaccapanni, per una sbattuta di una porta aperta con forza contro di esso) ed altre accuse di rilevanza minore, che non erano state contestate in precedenza.

 

Il 17.3.00 il sindacato, a nome di Luca, ha risposto alla lettera, tra l'altro dimostrando che i fatti esposti sono praticamente impossibili (tra l'altro, la tasca della giacca a vento era chiusa con degli adesivi a strappo, per cui eventuali documenti non avrebbero potuto fuoriuscire da soli e, inoltre, una giacca non avrebbe potuto cadere da un attaccapanni per una sbattuta di una porta).  

 

Il 21.3.00 si è tenuta un'altra riunione presso lo studio di Forcolin, ma nonostante che Luca avesse già dimostrato che la loro accusa si basava su dei fatti praticamente impossibili, i Pillon hanno continuato ad accusarlo di aver sottratto i documenti riservati, specificando dettagliatamente quali erano (si trattava di ben 19 documenti). Poi gli hanno ripetuto praticamente la stessa offerta del mese precedente. Se non avesse accettato l'avrebbero licenziato in tronco ed avrebbero agito legalmente nei suoi confronti.

 

Nel frattempo Luca, a causa del trattamento che stava subendo e che pensava di non meritare dato anche l’impegno che aveva sempre dimostrato nel suo lavoro (ha fatto una sola giornata di assenza in quasi cinque anni di attività, dato che andava a lavorare anche se stava male), e a causa della situazione in cui si era venuto a trovare (si pensi al fatto che, dal punto di vista di Luca, dei suoi colleghi, e soprattutto la sua compagna d'ufficio che Luca credeva amica, hanno partecipato al complotto contro di lui), stava accusando dei sintomi depressivi, come accertato dal medico curante Dott. Jerardi. Il quale gli ha fatto anche un certificato medico, che Luca, probabilmente su indicazione del sindacalista della CGIL, ha inviato ai Pillon.

In pratica i valori ai quali Luca credeva, e cioè la sincerità, la lealtà e l'amicizia dei colleghi, la correttezza dei suoi datori di lavoro, sono crollati in pochi giorni.

Era come se una parte del mondo a cui Luca credeva, gli fosse crollato addosso.

E dentro di sé sentiva il desiderio di ottenere Giustizia.

Perché Luca credeva nella Giustizia.

Allora, dato che non era soddisfatto del comportamento del sindacalista che lo assisteva, perché insisteva affinché accettasse quell'offerta anche se gli avrebbe impedito di ottenere Giustizia per vie legali, mentre Luca voleva mantenere quella possibilità, ha dovuto recarsi da un avvocato.

Quest'ultimo lo ha consigliato di licenziarsi in tronco per giusta causa, cosa che Luca ha fatto il 22.3.00.

E così ha dovuto andarsene, rinunciando alla buonuscita.

Inoltre non gli è stata pagata l’indennità licenziamento e gli è stata trattenuta l’indennità di preavviso.

In effetti Luca si è trovato ad avere una sola via d'uscita: quella di licenziarsi in tronco.

 

Pochi giorni dopo, il 27.3.00, il suo avvocato ha presentato una denuncia-querela nei confronti di Pillon Paolo e degli ex colleghi di lavoro, per quanto ha dovuto subire.

 

Il 27.6.00 l'avvocato di Luca ha presentato un ricorso ex art. 414 c.p.c., contro i Pillon, chiedendo l’indennità di licenziamento e di preavviso oltre ad un risarcimento danni per la giusta causa ed un indennizzo per il mobbing.

 

Il 30.10.00 (per combinazione si tratta dello stesso giorno in cui Luca è stato barbaramente assassinato) l'avvocato dei Pillon ha presentato una memoria difensiva, nella quale ha esposto la loro versione dei fatti, modificando sostanzialmente quelli relativi alla sottrazione dei documenti riservati e aggravando quelli aggiunti successivamente, rispetto a quanto esposto nella lettera del 14.3.00.
In breve
la giacca a vento è stata trasformata in una giacca normale, la porta è stata solo scostata in quanto già aperta e assieme alla giacca è caduto anche l'attaccapanni. Ma anche i fatti esposti in questa versione, e testimoniati da Bianchin Luigi, sono in contrasto con le leggi della fisica, perché un oggetto non può muoversi ad una velocità superiore a quella che gli imprime una determinata forza e, quindi, una porta già ben aperta e solo scostata, e quindi mossa usando una forza lieve, non può essere accelerata così fortemente da sbattere su un appendiabiti e farlo addirittura cadere a terra; inoltre dei documenti nascosti nella tasca esterna di una giacca appesa ad un appendiabiti, non possono fuoriuscire dalla tasca per la caduta della giacca assieme all’appendiabiti.

Ad ulteriore dimostrazione dell'incredibilità della testimonianza di Bianchin, si fa rilevare che quando tre persone (prima Pastore, poi Pillon e infine Bianchin) devono passare attraverso una porta chiusa, naturalmente la prima la apre e poi la lascia ben aperta per assicurare l’agevole passaggio di chi la segue (soprattutto se questi è il suo datore di lavoro), la seconda vi passa al massimo toccando istintivamente la maniglia dato che se la trova sulla traiettoria di una delle sue mani, e la terza chiude la porta. Per cui non è giustificabile neanche che il datore di lavoro abbia anche solo scostato la porta.
 

 

Il 23.5.03 il Giudice De Luca ha emesso la sentenza di primo grado, condannando i Pillon a risarcire circa 9.500 Euro (5.000 per il mobbing e il resto per le indennità di licenziamento e di preavviso). 

Inoltre nella sentenza ha scritto che la Ditta aveva montato tutta la vicenda, evidentemente perché non ha creduto alle versioni sostenute dai Pillon.

 

Il 21.8.03 i Pillon hanno presentato ricorso in appello.

 

Il xx.x.04 il legale della madre di Luca ha presentato una memoria difensiva.

 

Il 7.6.05 viene celebrata l’udienza presso la Corte d’Appello di Venezia – Sezione Lavoro, nella cui relativa sentenza non è stato più riconosciuto il mobbing e, soprattutto, viene affermato che la caduta di materiale cartaceo dalla tasca della giacca, è avvenuta (anche se forse col dubbio) per cui, evidentemente, la testimonianza del capofabbrica è stata ritenuta valida.

 

Il 13.5.06 la madre di Luca ha inviato un’istanza ai Giudici d’appello, dimostrando che i fatti che avrebbero portato alla scoperta della sottrazione dei documenti riservati, sono fisicamente impossibili, e chiedendo sapere in base a quali elementi hanno creduto che, invece, detti fatti siano potuti accadere. 

 

Il 15.10.07, non avendo ricevuto alcuna risposta dai Giudici d’appello, la madre di Luca ha inviato un esposto al CSM, e per conoscenza al Presidente della Repubblica e al Ministro della Giustizia, dimostrando che i fatti che avrebbero portato alla scoperta della sottrazione dei documenti riservati, sono fisicamente impossibili, nella speranza che tramite la risposta venisse “completamente esclusa la possibilità che suo figlio possa aver sottratto documenti aziendali riservati”.
Il 4.8.08 ha inviato un sollecito all’evasione dell’esposto. 

 

Il 12.9.08 le ha risposto anche il Ministero della Giustizia in un modo non ben preciso.
Il 30.10.08 ha inviato una richiesta di precisazione al Ministero della Giustizia.
Il 6.2.09 le ha risposto il Ministero della Giustizia, ribadendo di non avere competenza per esaudire la sua richiesta.
Il 28.1.09 le ha risposto il CSM comunicandole di aver “deliberato l’archiviazione non essendovi provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare in quanto trattasi di censure ad attività giurisdizionale”.

 

In conclusione, quindi, pur avendo dimostrato che i fatti che avrebbero portato alla scoperta della sottrazione dei documenti, erano in contrasto con le leggi della natura, come si può verificare nelle dimostrazioni dettagliata e conclusiva, la madre di Luca non è riuscita ad ottenere una conferma dalla giustizia italiana, per cui ha deciso di provare a ricorrere alla giustizia europea.
 

L'11.6.09 la madre di Luca ha inviato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a Strasburgo, (CEDU) per chiedere, almeno, che venga affermato chiaramente che quanto testimoniato da Bianchin Luigi risulta fisicamente impossibile, stabilendo così, senza alcun dubbio, l’assoluta innocenza di suo figlio Luca.

 

Il 13.01.10, non avendo ancora ricevuto una risposta al ricorso, ha inviato una lettera di sollecito alla CEDU, per chiedere, almeno, notizie in merito all'apertura del fascicolo.

 

Il 14.4.10 la CEDU ha risposto inviando una copia della lettera del 6.7.2009 da essa inviata, ma non pervenuta, alla madre di Luca.

 

Il 24.2.11 la madre di Luca ha inviato un sollecito alla CEDU.

 

Il 24.5.11 la CEDU ha risposto al sollecito ribadendo che il ricorso sarà portato all'esame della Corte quanto prima possibile, ma anche che non provvederà al riscontro della sua futura corrispondenza.

 

Il 27.1.12 la madre di Luca, allo scopo di far ricordare il suo caso, ha inviato un'ulteriore sollecito alla CEDU.

 

Il 6.3.12 la CEDU ha risposto al sollecito informando che gli risulta difficile indicare, anche aprossimativamente, in che data la Corte procederà all'esame della ricevibilità del ricorso.

 

Il 26.11.13 la CEDU ha risposto al ricorso, dichiarando il ricorso irricevibile, in quanto non ha ritenuto soddisfatte le condizioni di ricevibilità previste dagli articoli 34 e 35 della Convenzione, ma senza specificare i motivi.

 

In conclusione, quindi, pur avendo dimostrato che i fatti che avrebbero portato alla scoperta della sottrazione dei documenti, erano in contrasto con le leggi della natura, come si può verificare nelle dimostrazioni dettagliata e conclusiva, la madre di Luca non è riuscita ad ottenere giustizia neanche dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a Strasburgo.

Pertanto sia per la Giustizia italiana che per quella europea, suo figlio Luca ha sottratto dei documenti riservati alla propria azienda Bovo, anche se la testimonianza del DIPENDENTE della Bovo, si basa su dei fatti fisicamente impossibili.

Ciò significa che se un giudice dichiara credibili dei fatti fisicamente impossibili, essi diventano realmente accaduti e la vittima di tale decisione deve subirne le conseguenze economiche e, soprattutto, morali.

Ora si spera solo che i vari responsabili di questa decisione (giudice, titolare della società Bovo e dipendente della stessa) si pentano e rivedano il loro comportamento, consentendo alla madre di Luca di ottenere giustizia, sia economica che soprattutto morale, magari tramite la pubblicazione di adeguati articoli nei giornali locali.